Alcuni passi da: Antigruppo siciliano

Passi dedicati a Nicola Di Maio

  • La tendenza inaugurata dall’ Antigruppo tuttavia non era esente da contraddizioni interne tra le scelte di poetica e i testi poetici degli attori del movimento che, come ha rivelato Nicola Di Maio, uno dei poeti dello stesso Antigruppo siciliano, elaboravano la scrittura tra vecchi e nuovi stilemi lasciando, così, spazi a riserve e dubbi sull’effettiva innovazione poetico-stilistica preannunciata e insita nel nuovo realismo dell’Antigruppo. Un realismo non documentaristico che potrebbe essere chiamato, forse, anche “ermeneutico” e dentro ancora a certe scelte “monolinguistiche” e lineari miranti a coagularsi unitariamente attorno alla stessa direzione di senso, sia che la critica fosse rivolta all’esistente sia che fosse proposta l’alternativa pur nella contraddizione dichiarata.

Una contraddizione non risolta che, sebbene enunciasse una opposizione antitradizionale ed eteronoma, tuttavia – scriveva il Di Maio (Il testo del Di Maio sulla” verifica” fu quello che poi diede l’avvio alla scissione del movimento nei due tronconi dell’ Antigruppo siciliano e di Antigruppo Palermo prima, poi Intergruppo) -, in alcuni poeti, oscillava e rivisitava.

    • Il tempo dell’ Antigruppo siciliano, dunque, ci sembra debba essere rivisto e pensato come quello deljetzt-zeit di Walter Benjamin; il tempo-adesso, il tempo-ora non lineare in cui però il passato, il presente e l’attesa del futuro confluivano/confluiscono simultaneamente in termini di equilibrio instabile e di soggettività che si costruiscono/costruivano nel kairòs dei bisogni del materialismo storico e delle contaminazioni con altre poetiche, mentre le aporie, di cui parlava anche lo stesso Nicola Di Maio, ne costituivano più un motore che una remora. Diciamo pure un jetzt-reit benjaminiano coniugato con il tempo kairòs della nuova razionalità e del linguaggio delle nuove scienze. Il kairòs che non nega più la realtà del tempo come non nega più la razionalità stessa della molteplicità e delle differenze concrete dei soggetti e della varie soggettività che non riconoscono più il linguaggio univoco delle vecchie ideologie gerarchizzanti e autoritarie (aristocratico-borghesi o del conio delle nuove scuole di partito), e dell’esclusione, che vengono prese di mira e aggredite con una adeguata dose di acido letterario e poetico. Le stoccate sulla cultura scolastica italiana di Santo Calì, e la sua parodizzazione che mette a confronto le “attiviste” leniniane – che volevano convertire alla causa “Le muscolose massaie del Kasaghistan” – e i “poeti rivoluzionari” – che vogliono educare le masse operaie e contadini non adusi ai testi letterari -, sono lì a testimoniare di queste scelte e posizioni, e non dicono cose diverse! La coerenza dell’impegno e l’incoerenza di certi stilemi, che ricalcavano moduli d’altre poetiche, e sebbene in mezzo ai sapori di una certa consapevolezza anche autoironizzante, non potevano quindi – a maggior ragione, e senza giustificazionismi a posteriori – mancare delle aporie del caso. I testi dei poeti, crediamo, come il tempo, sono textum-miscela e kairòs instabile di con­tingenze o di variabili che si toccano ai bordi e che così intrecciati si sviluppano per sentieri non lineari, antagonisti, contraddittori e a volte anche autocontraddittori rispetto alle promesse delle stesse poetiche enunciate e pubblicate, e allo stesso presente storico tendenzioso.

      Nel caso dell’Antigruppo siciliano è necessità, perciò, riconsiderare con occhio distaccato e “giudice partecipe” la vitalità delle loro esperienze linguistiche poetiche che usciva dal chiuso della nicchia intimistico-espressivo e individualistica del poeta irrelato e ripiegato (la poesia del riflusso e degli archetipi dell’io tutto bagnato e nudo. Poverino!) lì, invece, dove fra i benestanti e benemeriti della poesia “ufficiale” del mercato nazional popolare degli anni 70, circolava l’insegna del pubblico della “poesia innamorata” e l’aideologia del buon senso comune e del ripiegamento “anima-le”. La poesia dell’ Antigruppo, complessivamente, è allora quella di una testualità che esce dalla diaspora della nostalgia e dal museo della poesia “pura” per immergersi con le “mani sporche” di Garcia Lorca, tra malinconia dell’ essere e nostalgia del non-essere-ancora, nella realtà viva e mai neutra che coinvolge e attraversa le soggettività individuali e collettive e i linguaggi dell’intercomunicabilità, sebbene non va dimenticato che la semantica poetica si porge con un suo statuto particolare plurilivello, e non univoco. Il linguaggio che la riflette, infatti, la esprime e/o la costruisce, è sempre illogos di una visione dinamica e di una ideologia che si fa anche “semiotica” storica polisemica. Un linguaggio che non vuole mai essere solo “semio-logia”, una

      E su questo piano è forse il caso di ripensare le scissioni e le antitesi dei” gruppi”!

      Il movimento siciliano Antigruppo, nella sua breve storia, dovette affrontare la SCISSIone Antigruppo Trapani (Nat Scammacca, Rolando Certa, Gianni Decidue e altri), Antigruppo/Intergruppo Palermo (Pietro Terminelli, Ignazio Apolloni, Nicola Di Maio e altri) e, successivamente, l’esperienza e la ricerca di Ignazio Apolloni con Intergruppo-Singlossia. Il ripensamento dovrebbe toccare anche la posizione con i gruppi altri rispetto all’ Antigruppo, quale per esempio è stato lo stesso Gruppo 63. La netta e totale antitesi che lo – l’ Antigruppo – volle contrapposto al Gruppo 63 sulla questione del “formalismo” e dei contenuti (sebbene lo stesso Gruppo 63 ,e dopo il ’68, conobbe altri sviluppi), infatti, non sembra reggere, e non foss’altro per il fatto che il punto di vista di ciascuno era quello dell’ antisistema.

      Fermi rimanendo certi connotati specifici del linguaggio poetico, scissione e antitesi, ragioni più o meno calcolabili di “purezza!” linguistico-letteraria, sono sufficienti per includere/escludere un movimento, un autore e i suoi testi dall’universo della scrittura poetico-letteraria siciliana, italiana e dalla sua storia ragionata?

      Se il passato è la memoria del futuro, che tuttavia rimane oscuro, dov’è la storia ragionata e “saldamente” storicizzata dell’Antigruppo siciliano, i cui componenti erano orientati e riconoscibili almeno da un comune spazio antisistema?

    • Il contesto dell’ Antigruppo siciliano

      L’Antigruppo siciliano è un movimento poetico datato. Le sue origini pescano negli anni della contestazione che interessò il mondo intero. In Sicilia, Trapani, Palermo e Catania furono i luoghi principali che videro la nascita dell’ Antigruppo siciliano e i suoi sviluppi; furono le sedi anche delle figure centrali – Santo Calì (Catania), Crescenzio Cane, Pietro Terminelli, Ignazio Apolloni (Palermo), Nat Scammacca, Rolando Certa, Gianni Decidue, Nicola Di Maio (Trapani) – attorno alle quali si raccolsero molte delle voci nuove di tutta l’Isola. La determinazione della sua fisionomia – come avanguardia, anche se nel senso attenuato di polemica e opposizione che comunque il termine ha ormai acquisito rispetto all’ordine costituito (e non solo nell’ordine della produzione letteraria corrente) – ha una doppia relazione d’orientamento che ne significa la  specificità.

      Non sono mancate neppure testimonianze né altre iniziative che facessero difetto per registrare la vitalità e la validità poetica dell’ Antigruppo e dei suoi poeti. Prima di tutto ricordo l’analisi dello stesso Nicola di Maio che rimane forse il documento più serio di critica sia testuale che militante. Poi Giuseppe Zagarrio (Febbre, furore e fiele 1983); Stefano Lanuzza ( Lo Sparviero sul pugno 1987); Salvatore Mugno (Repertorio letterario trapanese 1996), Mario Grasso (La danza delle gru 1999); il repertorio dei movimenti ANTI di Franco Manescalchi e la tavola rotonda (Armida Marasco, Mariella Bettarini, Gilberto Finzi, Domenico Cara, Lucio Zinna e Alberto Barbata ) sull’Antigruppo pubblicati dalla rivista Impegno70 ( anno V – VI e VII, 1975-1977 n. 19/27); le testimonianze dei tanti intellettuali che Nat Scammacca riporta nella nota d’appendice “Ma … siamo davvero sconosciuti?!. .. ” dell’antologia Antigruppo 1975; gli scambi culturali e poetici praticati con i poeti dell’area mediterranea e l’Europa orientale, di cui rimane sempio palpabile e interessante Trinacria Poeti Siciliani Contemporanei (prefazione di Eta Boeriu) Facla, Timisoara 1984

  • Sul versante della “poetica”, Nicola Di Maio (di Castelvetrano), così, riferendosi al Gruppo 63, scriveva che anche Pietro Terminelli, nel quadro della restaurazione complessiva che si giocava in Italia negli anni Settanta, riferendosi al Gruppo 63 come a dei “sopravvissuti”.
  • Gli autori sono:Rolando Certa, Gianni Decidue, Nat Scammacca, Mariella Bettarini, Franco Manescalchi, Antonio Saccà, Nicola Di Maio, Armida Marasco, Gilberto Finzi, Domenico Cara, Lucio Zinna e Alberto Barbata.I nomi degli autori – autori dei testi scelti e inseriti nella sezione -, sebbene alcuni ricorrenti, vengono riportati una sola volta. Il loro ordine è legato alla successione dei numeri della pubblicazione della rivista.

II.- Appunti per una poetica dell’Anti37

di Nicola Di Maio

 

Quando una letteratura decide volontariamente di “suicidarsi”, nel senso che taglia i ponti col reale affermando una sua aristocratica auto-sufficienza o, che è lo stesso, la sua sostanziale incapacità ed incompetenza (erieutralità») ad agire sul piano della prassi e sceglie, equivocamente, di muoversi nell’ambito di una “ontologia della separatezza” chiaramente emergente dal rifiuto della ideologia come momento di mediazione critica e, ovviamente, conoscitivo – ma nel senso lukacsiano della dialettica di fenomeno-essenza – del mondo, dalla sua carcassa in avanzato stato di decomposizione, inevitabilmente, affiora il vuoto, l’ambiguità e il silenzio -la “complicità”. La crisi dei contenuti, infatti – chè di questo, in fin dei conti, si tratta – ripropone una operazione culturale ambigua e priva di connotazioni precise che trova ragioni di stenta sopravvivenza in un formalismo astratto e colpevole nella misura in cui, volutamente, rifiuta di caricarsi di una tensione dialettica che è già, in sè, coscienza autocritica del mondo e, in ultima analisi, assunzione di responsabilità. Questa letteratura della irresponsabilità e della fuga, se da un lato rimanda ai meccanismi tipici degli stati nevrotici (elusione, sublimazione, ecc.) e, in genere, delle “insicurezze ontologiche” (nella accezione del Laing), dall’altro lato, nel momento in cui rifiuta, appunto, un approach con il mondo e con le cose e pronuncia la sua orgogliosa e distaccata epochè, scopre la sua sotterranea radice aristocratica-romantica in cui perfettamente si innesta il solipsistico monologo mistificante della scrittore-talpa (inutile) e il suo degradante universo masturbatorio di inconsistenze quotidiane. L’equivoco poi, largamente diffuso, di una “autonomia” acritica e a-ideologica guadagnata e recuperata sul piano della ragion pura e perduta su quello della prassi e dunque nel momento di una verifica storica, ha portato buona parte della intellettualità italiana ad accettare per buona una “innaturale” separazione dello inscindibile binomio cultura.politica (separazione tanto cara all’idealismo crociano e alla destra reazionaria e fascista) e, in ultima analisi, alla pericolosa ed altrettanto innaturale “negazione della storia” quale, per esempio, si riscontra nelle posizioni “palermitane” di molti teorici della neo-avanguardia e, molto significativamente, nelle tesi “restauratorie ” dell’ultimo Plebe. La (estinta) neoavanguardia band-wagon'”, liquidando ottusamente una fondamentale nozione di impegno per il ripristino di un gesto irrazionalistico e solo in apparenza dissacratorio e demistificante, comunque mai seriamente esplicitato in termini di classe e di scontro (reale) col sistema; riducendo ed annullando unico spazio in cui era possibile una rifondazione “antagonistica’ e, dunque alternativa, della cultura e della poesia (che sono sempre “anti” perché implicanti “dilatazioni coscienziali” e, conseguentemente, consapevoli rifiuti) per la assunzione di una furiosa, quanto gratuita sperimentazione-dissoluzione linguistica, sempre più “neutra” perché sistematicamente sottratta ai significati (del reale) e spinta in un universo semiologico di puri segni morti, parole-oggetto, rebus e calembours, deliri onirici e bleffs improvvisatori; organizzandosi in gruppo “imprenditoriale ,,39 omogeneo e compatto, strategicamente anni dato nei gangli di potere della Grande Editoria, questa neo-avanguardia, della quale qui si discute non con l’intento di riesumare vecchie polemiche ma perché additabile come esempio significativo del fallimento di scelte formalistiche, non ha fatto altro, in definitiva, che accettare la via della integrazione e della “complicità” (il “suicidio” molto semplicemente) limitando il suo tiro di “contestazione al sistema” alla summenzionata babele linguistica, cioè ad

37Ivi., pp. 27-30.

38Enzo Siciliano, Prima della poesia, Vallecchi, Firenze, 1965 a proposito della neo-avanguardia, definita opportunamente “band-wagon: ormai buono a tutti gli usi, disposto a soccorrere chiunque, accennando col pollice, chieda un passaggio” .
39 Si vedano il notevole libro di Arcangelo Leone De Castris, L’anima e la classe, De Donato e quello di Gian Carlo Ferretti, L’autocritica dell’ intellettuale, Marsilio, 1970.

 

 

una opposizione  insignificante ed innocua quando non chiaramente subalterna. Perciò non sussistono dubbi (malgrado le dichiarate professioni di marxismo) circa la natura borghese e privilegiata di siffatte trasgressioni (al codice del sistema) e, anzi, si comprendono perfettamente certe palinodie vergognose e interessate, certo agiografico ammiccare40 e, in definitiva, quella disponibilità tattico-strumentale, fagocitante e assimilatoria dello establishement, per nulla messo in crisi dal formalismo estremistico del gruppo ma anzi garantito e rassicurato dalla liquidazione di una vera opposizione, vale a dire di un gesto eversivo, da faubourg affamato, emergente dal vivo dell’attuale situazione di conflittualità anticapitalistica. In realtà ogni trasgressione operata non sul piano dei contenuti magmatici dell’esistenza ma su quello, diciamo cosi, sovrapposto e diacronico ad essi, qual è, appunto, il luogo delle fumose operazioni formali, non provoca né shock né scandalo ma anzi perpetua un modo inautentico di porsi in rapporto con le cose e con il mondo.

È vero: la “manipolazione” autre del linguaggio, l’afasia e il non senso, il labirinto e l’ecolalia, possono stupire, sgomentare, ma non creano altra vitalità, non creano niente perché lo scandalo e lo chock sono altrove.

Con questo, certamente, non intendiamo affermare che lo scrittore debba rinunciare ad una sperimentazione (consapevole) nel corpo del linguaggio ma è pur vero il fatto che la esigenza, largamente avvertita, di sfuggire ad una “usura” ad una cristallizzazione degli strumenti che gli sono propri (la “utilizzazione”, appunto, del linguaggio) non implica affatto la loro negazione: la quale, peraltro, non avrebbe altro effetto che quello di condurre ad una rinuncia inaccettabile e cioè al silenzio e alla incomunicabilità. Era invece – e non ci stancheremo mai di ripeterlo nella direzione dell’impegno che si doveva guardare con fiducia rinnovata, accettando, si capisce, e scontandole, tutte le conseguenze di una posizione veramente “irregolare” e non in quella che conduceva direttamente (e comodamente) nella stanza dei bottoni. E certo tutto questo – la riscoperta “critica” dell’impegno – avrebbe condotto poi all’unica possibile opposizione e, in sede di poetica, alla vitatissima formulazione di ipotesi in re tutte da verificare. Sottratto lo scrittore alle tentazioni “suicide” sempre presenti e riscoperta pienamente una sua “funzione” dialettica sarebbe stato agevole e consequenziale vanificare uno dei punti, senza dubbio più equivoci, su cui poggia qualsiasi poetica della irresponsabilità, vale a dire quello che pretenderebbe l’opera d’arte come il frutto di una “impersonalità” dell’ artista che, nel frattempo, per dirla con Joyce, sarebbe “occupato a curarsi le unghie”. Il concetto di “impersonalità”, derivante da un esasperato bisogno di oggettività, risolve equivocamente (leggasi: in modo reazionario) il rapporto soggetto-oggetto a favore dell’oggetto. Lo scrittore è assente, scomparso, sopraffatto dalle cose che egli, occhio vegetante, registra freddamente rifiutando di intervenire perché convinto che esse (le cose) significhino in quanto tali, esistenti al di là dell’esistenza che le percepisce, e dunque non abbisognino di alcuna interpretazione. Che cosa ci dicono dello status dell’esistenza dei loro autori le opere, mettiamo, di Nanni Balestrini (e penso ai suoi “poemi piani” raccolti nel suo – si fa per dire – Come si agisce, Feltrinelli, 1963) o dei francesi Pleynet, Faye, Roche del gruppo di ” Tel Quel”? Non è l’impersonalità che è alla base delle esperienze del nouveau roman (Robbe.Grillet, ecc.) e del gruppo 63? Il prezzo da pagare è troppo grande ed importa la volontaria assenza, nell’opera, di una sia pure elementare Weltanshaung emergente dall’urto con le cose. Il “suicidio” è così consumato, siamo anzi all’interno di una logica che costantemente lo sollecita magari passando attraverso camuffamenti vari, non ultimo quello della sfiducia nella parola scritta. L’alternativa comunque, per noi, si pone sempre tra la scelta consapevole di un “fare” poesia (di una scrittura, insomma) come “presenza” marxianamente modificatrice e non dimissionaria e tra una posizione di disimpegno (poetica dell’assenza ecc.) inequevocabilmente aristocratica romantica. Una poesia in re, quale noi non da ora proponiamo, in cui i referti realistici sono assimilati e vissuti nell’area di una non aprioristica ricerca di linguaggio il più possibile aderente ai contenuti, può crescere e maturare, noi crediamo, entro uno spazio operativo-contestativo, arroventato e composito, in cui è

40 A. M. (Alberto Moravia ?), Trionfalismo e bambini modello, in« Nuovi Argomenti» n. 17, Gennaio-Marzo, 1970 a proposito di Arbasino e Manganelli nei confronti degli” elogiatissimi” Gadda e Calvino. Di Moravia, nello stesso numero della rivista, si veda l’ottimo Il terrore e la borsa a proposito del “terrorismo” dell’avanguardia.

posta in crisi, rigorosamente, una nozione di “autonomia” meta-storica e ogni atteggiamento di privilegiante neutralità-impersonalità e laddove l’operazione dello scrivere, tradizionalmente privilegiata, si configuri, tout court, non come atto taumaturgico e profetico, ma come momento significativo della prassi e nella prassi verificato come gesto, dunque, posto “naturalmente” al di là dell’epochè per un recupero, non già del “reale al grado zero” (Angelo Guglielmi), cioè preistorico, bensì della storia nella sua bruciante e rivoluzionaria attualità (=conflittualità). In questa situazione di recupero, a mio avviso, pienamente si collocano quelli che potremmo definire di fatto gli epicentri poetici degli Anni Settanta (Collettivo R, Antigruppo siciliano, Roberto Roversi, Mariella Bettarini, ecc.) cui spetta il merito di avere coerentemente tentato, attraverso l’articolazione degli strumenti tipici delle “avanguardie povere” e di base (ciclostilati, recitals, rivista autogestita, ecc.), un ribaltamento di una idea di letteratura innocua, consolatoria e a-ideologica (o preideologica) per la creazione di un rapporto biunivoco di base, estremamente complesso e difficile, specialmente in Sicilia, se si tiene conto dei limiti della sinistra tradizionale, con la sua “politica delle alleanze”, e del movimento operaio non sempre all’altezza dei compiti storici che gli sono demandati. In Sicilia, peraltro, la coscienza di una dolorosa e sofferta esistenzialità emergente da una situazione di estrema precarietà strutturale – da “anno zero” (Rolando Certa) – non poteva non essere avvertita ed esplicata se non nei modi (positivi) di un rifiuto “politico” dello status quo e nel rilancio, coraggioso e compromettente, di un impegno organico alternativo, calato e verificato nella prassi, non astratto e volontaristico, ma unico modo vero di essere e di porsi, con i sogni del mutamento, all’interno di quella precarietà.

 da: ebook Antigruppo siciliano – frammenti di storia, avanguardia e impegno –
di Antonino Contiliano

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